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News: CHI PAGA LA LIBERA INFORMAZIONE

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ECCO CHI PAGA LA LIBERA INFORMAZIONE DI MOISES NAIM, FREEDOM HOUSE, REPORTERS SANS FRONTIERES E LA LORO INFORMAZIONE AL GUINZAGLIO Venerdì 02 Luglio 2010 Gianni Minà Il riscatto in atto in molti paesi dell'America latina dove le popolazioni hanno eletto governi progressisti, preoccupa -non tanto a sorpresa- quello che viene definito l'occidente democratico, il nord del mondo, la proba Europa. Adesso che è finita l'epoca del Plan Còndor, nato ai tempi di Nixon e Kissinger per sterminare tutte le opposizioni del continente a sud del Texas, e ora che l'America latina si sta scrollando di dosso il suo ruolo di “cortile di casa” degli Stati Uniti, c'è un chiaro tentativo di usare scorrettamente l'informazione per irridere o esecrare quei capi di stato che stanno facendo scelte non convenienti alle economie del nord del mondo e alle multinazionali, fino a ieri abituate a usare le risorse di molti paesi come gli pareva. Quello che dà più fastidio non sono tanto le costituzioni di nazioni come l'Ecuador di Correa e la Bolivia di Evo Morales, dove la natura ha un nuovo rispetto e una nuova dignità, come un vero essere umano, ma organismi che stanno nascendo, o che stanno acquistando un peso più preciso, come l’Alba [Alternativa bolivariana per i popoli dell’America], il MercoSur, il Banco del Sur, TeleSur o Unasur [che prende il posto dell'Organizzazione degli stati americani ] e che preannunciano una comunità economica latinoamericana, sullo stile di quella europea, non certo gradita ai vecchi poteri del mondo post-industriale. Il modo migliore per cercare di mettere in cattiva luce o neutralizzare questa nuova realtà è stato, come al solito, quello di mentire sull'informazione, affidandosi a personaggi che, in teoria, avrebbero il prestigio per allarmare il mondo sulle trame di tutti questi governanti “sovversivi”, “comunisti” che stanno tentando di edificare, specie in America latina, un mondo più equo, meno ingiusto, dove la ricchezza sia distribuita più onestamente. Il primo squillo di tromba di questa campagna lo ha suonato, come spesso gli è capitato ultimamente, il quotidiano spagnolo el País del gruppo Prisa, il cui fondatore non a caso fu un franchista, Jesus Polanco. Al País, progressista in politica interna ma conservatore, quasi coloniale, in politica estera, la linea su come leggere l'America latina la detta, da sempre, il grande scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, in gioventù convinto comunista che ancora non si dà pace per quella scivolata ideologica e che, quindi, è pronto a sostenere qualunque tesi, anche la più balzana, per dimostrare che il neoliberismo è una cosa seria che aiuta l'umanità. Fino al 2003 el País, per equilibrare le tesi -a volte spericolate- del rabbioso Vargas Llosa, usava il paracadute della rubrica domenicale dell'indimenticabile Manuel Vázquez Montalbán. Il catalano Manolo, creatore del detective-gourmet Pepe Carvalho, era abituato a utilizzare l'arma dell'ironia quando l'autore dell'Elogio de la madrasta arrivava addirittura a suggerire, per un cambio democratico a Cuba, un vecchio “bombarolo” come Carlos Alberto Montanér, in gioventù compagno di merende e di eversione a l'Avana del presunto poeta e presunto invalido cubano Armando Valladares, uomo della Cia che Reagan utilizzò perfino come rappresentante Usa nel comitato per i Diritti umani dell'Onu. Purtroppo, però, il mio vecchio amico Manolo Montalbán se n'è andato da questo mondo nel 2003 e al País non è stato più sostituito. E questo malgrado il pregiudizio del giornale verso l'America latina che si riappropria del proprio destino aumenti ogni giorno di più. Non è un caso, per esempio, che il gruppo Prisa e el País siano stati i primi sponsor di Yoani Sánchez, la bloguera che da Cuba trasmette le sue tirate contro la Revolución grazie a un server tedesco che dispone di una banda 60 volte superiore a quella dell'intera rete cubana. Evidentemente, però, Vargas Llosa e la Sánchez non erano abbastanza contundenti per gli obiettivi del País, così come non era chiaramente sufficiente il sarcasmo che impregnava tutte le notizie sul Venezuela di Chávez, sul Brasile di Lula, sull'Argentina dei Kirchner, sul Paraguay dell'ex vescovo Fernando Lugo, sulle politiche dell'indigeno Evo Morales in Bolivia o del cattolico Correa in Ecuador, e perfino sulla scelta degli uruguayani di eleggere alla presidenza l'ex guerrigliero tupamaro Pepe Mujica. Quell'America latina scomoda e ormai indisciplinata rispetto alle esigenze degli Stati uniti che, dopo il colpo di stato di Micheletti, aveva tenuto fuori l'Honduras dall'Unasur, andava attaccata nella persona che, insieme a Chávez, rappresenta proprio la nuova identità vincente del continente, Lula Inacio Da Silva, Presidente del Brasile. Così, alla metà di maggio, a quest'incombenza ha pensato, proprio su el País, un personaggio disinvolto come Moisés Naím, ministro dell'industria e del commercio nel Venezuela di Carlos Andrés Pérez, l'ex presidente da anni contumace a Miami per i suoi reati finanziari. Moisés, con le sue “tavole della legge” neoliberali era al suo fianco nel reprimere nel sangue [centinaia, forse migliaia di morti fra i civili] il Caracazo, come fu chiamata la rivolta popolare scoppiata nel paese il 27 febbraio 1989 dopo l'annuncio delle privatizzazioni selvagge e delle ricette economiche che avrebbero affondato nella povertà la popolazione. La Corte iberoamericana dei diritti umani dichiarò responsabile di quel massacro il governo di Carlos Andrés Pérez, che però non è mai stato giudicato in un'aula di tribunale penale. Forse proprio grazie al suo curriculum il buon Moisés ha fatto carriera e, dopo aver fondato e diretto nel 1993 il “Gruppo dei 50”, che riunisce i dirigenti delle maggiori imprese d'America, è stato anche Direttore esecutivo della Banca Mondiale. Attualmente questo influente venezuelano è addirittura il direttore del Ned, National Endowment for Democracy, uno degli enti di propaganda della Cia, che riceve una sovvenzione annuale di milioni di dollari dal Congresso degli Stati uniti. Dirige anche la rivista Foreign Policy che, per esempio, nell'ultimo numero del 2007 aveva in copertina una foto preoccupata di George W Bush accompagnata dal titolo “L'Iraq non è colpa sua, ma colpa tua” Un uomo così abituato alle barzellette e a fare il servitore, in qualunque frangente, degli interessi del governo di Washington, avendo percepito l'esigenza di dare una mano a Felipe Calderón, Presidente di un Messico sempre più lontano da Dio, anche se alleato di ferro degli Stati uniti, non ha trovato di meglio che attaccare con la bava alla bocca Lula e il suo Brasile, proponendo un improbabile confronto fra le due realtà. Il risultato è un articolo esilarante, che è passato inosservato nella nostra informazione, ma anche evidentemente a chi lo ha impaginato sul numero 19/2010 de l'Espresso, settimanale ritenuto progressista che, chissà perché, da tempo ha affidato una rubrica all'imparziale Moisés. Scegliamo fior da fiore. • “il Messico è stato vittima di una catena di traumi arrivati da fuori. In primo luogo è stato colpito in modo imponente dal virus H1N1 con il risultato che i turisti stranieri si sono tenuti alla larga dal paese”. Mi dispiace per Naím, ma avendo una figlia che risiede in Messico devo ricordargli che il virus H1N1 è stato soltanto una gran buffonata che alla fine, per fortuna, non ha inciso più di tanto nella quotidianità del paese. Una squallida speculazione messa in piedi dalle industrie farmaceutiche per vendere più vaccini, grazie anche agli allarmi lanciati da sedicenti esperti che, in realtà come si è scoperto, erano consulenti delle stesse industrie. Insomma, la solita speculazione di quello sporco mondo finanziario che quelli come Moisés, frequentatori del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale conoscono bene. • “Ma poi è arrivato il crollo dell'economia americana. In Messico la vendita dei pezzi per automobili alle industrie automobilistiche in Usa ha subìto un calo drastico, lo stesso per molti prodotti industriali di esportazione”. Eggià, un paese di 100 milioni di abitanti come il Messico è stato fottuto dai pezzi di ricambio delle auto e non dallo sciagurato Alca, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti firmato dal Presidente Zedillo a metà degli anni 90 e che ha annientato il paese di Zapata producendo milioni e milioni di disoccupati. • “Inoltre le banche internazionali hanno praticato tagli generalizzati alle linee di credito soffocando le piccole imprese non quotate in Borsa” Qui sarei tentato di non eccepire. Uno che è stato il direttore della Banca mondiale, di queste decisioni che affamano l'umanità meno protetta ne deve sapere sicuramente più di me... • “A causa dell'inerzia dei suoi predecessori e della massiccia richiesta di droga dagli Stati Uniti (la nazione a più ampio consumo di droga al mondo), i cartelli [dei narcos, ndr] sono cresciuti a dismisura e sono penetrati a fondo in Messico” Ai lettori che potrebbero essere confusi dal candore di Naím in questa improbabile difesa di Calderón, vorrei ricordare che “l'inerzia dei suoi predecessori”, almeno nei sei anni precedenti il suo mandato, è quella del suo sodale di partito Vicente Fox, il “compagno di ranch” di George W Bush che da quest'ultimo prendeva ordini. È il caso, inoltre, di ricordare che il partito a cui entrambi appartengono è il cattolicissimo e ultrareazionario Pan, Partito di azione nazionale, che quasi quattro anni fa ha vinto le elezioni con plateali brogli. Inoltre Naím, che ormai è una delle stelle delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti, ci dovrebbe dire com'è possibile che questo paese, dopo aver speso miliardi di dollari e aver ottenuto decine di nuove basi militari in varie nazioni del continente con la scusa della lotta al narcotraffico, veda aumentare il numero delle vittime della droga fra i suoi cittadini, senza apparente possibilità di difesa. • “I narcotrafficanti controllavano molti Stati, agenzie governative, la polizia e anche alcuni membri del governo. In molte città nessuno ha tanti soldi, influenza politica e uomini armati quanti ne hanno loro. Riconquistare lo spazio perduto dal governo è diventata la priorità di Calderón” Intanto l'ex ministro dell'industria e commercio venezuelano, riciclatosi come pierre dell'intelligence nordamericana, dovrebbe avere l'onestà di parlare al presente, perché mi Mexico querido è ormai un vero e proprio narcostato, proprio per il lassismo e la corruzione almeno degli ultimi quattro presidenti, da Salinas de Gortari e Zedillo, ultimi sopravvissuti di quello che fu il Pri [partito rivoluzionario istituzionale] a Fox e Calderón, rappresentanti della nuova destra. La guerra è fra cartelli, ma l'80% dei morti sono imputabili all'esercito e alla polizia, come ci segnalano Chiara Calzolaio e Gennaro Carotenuto in uno stupendo saggio su Ciudad Juarez che pubblichiamo in questo numero di Latinoamerica. Moisés dovrebbe convincersi, e poi spiegarlo anche a Calderón, che, come sappiamo bene in Italia, la democrazia in un paese non si può ristabilire solo praticando la repressione e la violenza e permettendo che entrino in Parlamento e in Senato i portavoce dei narcos.

Il quadro del Messico attuale è questo, eppure Moisés Naím, evidentemente ingaggiato allo scopo, a questo punto della sua nota non ha trovato di meglio che ribellarsi alla credibilità di cui gode il presidente brasiliano Lula da Silva per affermare che questo riconoscumento lo meriterebbe invece Felipe Calderón. Ognuno ha la sua etica, ma questa sua scelta, più che spericolata, è indecente, perché per affermarla, non gli rimane che mentire o distorcere la verità. • “A Calderon non viene dato il riconoscimento, ma in compenso il mondo esagera nell'osannare Lula che, per esempio, ha tenuto un vergognoso silenzio sugli abusi dei diritti umani in America Latina e in Iran” Chi ha violato i diritti umani in America latina più di chiunque altro sono state in un recente passato le nazioni che hanno aderito al Plan Cóndor, quello voluto dagli Stati Uniti e poi i governi più legati all'attuazione dell'Alca, il trattato di libero commercio con gli Usa a cui hanno aderito, fra gli altri, Colombia, Perù e Messico. Nel primo è stata recentemente scoperta una fossa comune con 2mila corpi. Molti i sindacalisti, i giornalisti, i combattenti sociali. Nel secondo, dopo le stragi di Fujimori e le sterilizzazioni di massa di Quechua e Aymara pagate dall'Usaid, si assiste ora a una persecuzione silenziosa delle popolazioni indigene da tempo in resistenza. Infine il sindacato dei cronisti messicani proprio recentemente ha segnalato che negli ultimi dodici mesi nel “miracolo messicano” portato avanti da Felipe Calderón sono stati assassinati quindici colleghi. Ne sapeva qualcosa Naím? E perché non si informa da Calderón? Infine non mi pare che i partners degli Stati Uniti nel business del petrolio siano tanto più presentabili dell’Iran... • “[Lula] Ha anche parlato con sdegno dei prigionieri cubani che sono morti rifiutando di mangiare per protesta per l'ingiusta incarcerazione degli attivisti per i diritti umani. Li ha definiti 'criminali comuni'. Poi Lula non ha detto una parola sulla repressione degli studenti universitari e dei leader sindacali da parte di Chávez” In questo caso le imprecisioni e le menzogne dell'attuale presidente del Ned sono talmente tante da pensare che Naím abbia proprio voluto allinearsi agli argomenti che il Dipartimento di stato nordamericano ha deciso di usare nella nuova campagna di discredito che l'America latina integrazionista e Cuba devono sopportare anche nell'epoca di Obama. Non a caso il Dipartimento di stato, come abbiamo illustrato nell'infografica che apre questo articolo, è il maggior finanziatore di Usaid, Ned, e Freedom House, le tre agenzie di propaganda della Cia che vengono attivate quando bisogna mettere in cattiva luce un paese ritenuto “canaglia” per gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti, o c'è un leader che, in una congiuntura particolare, pretende di muoversi con indipendenza. Ma torniamo alle balle di Moisés: 1] I “ prigionieri cubani che sono morti rifiutando di mangiare” in realtà è uno solo, Orlando Zapata ed è indiscutibile, come ha detto anche Lula, che la sua detenzione era dovuta a reati comuni e non politici. 2] Quelli che Moisés definisce “attivisti per i diritti umani ingiustamente incarcerati” sono, nella maggior parte, persone che sono state arrestate e condannate per aver preso soldi, com'è stato ampiamente provato perfino nel processo in Florida al terrorista Santiago Alvarez, da organismi e strutture del paese che da cinquant'anni tiene sotto assedio Cuba e fin dai tempi della Baia dei Porci alimenta l'eversione anticastrista. Nel 2003 gli Stati Uniti tentarono addirittura la “spallata” finale alla Rivoluzione, con atti eversivi come dirottamenti di aerei e del ferryboat di Regla. Pur stigmatizzando gli eccessi di difesa del governo cubano, perché quelli che negli Usa sarebbero processati per alto tradimento diventano improvvisamente, se si parla di Cuba, “attivisti per i diritti umani”? 3] Dato il silenzio di Naím non era, evidentemente, una paladina dei diritti umani la studentessa Natalía Sánchez di 21 anni, morta a maggio a Porto Rico [possibile 51esima stella della bandiera Usa] dopo un lungo sciopero della fame per protestare contro i tagli all’istruzione universitaria decisi nel suo paese. Ma, come si sa, privatizzare la cultura è più che legittimo mentre considerarla un diritto di tutti, come fa Cuba, è esecrabile. 4] Infine, di quali universitari e sindacalisti repressi da Chávez stiamo parlando? Forse quelli di una democrazia dove i cittadini in 12 anni hanno votato per consultazioni o referendum 11 volte e, in alcuni casi, sotto il controllo di personalità come l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter? O parliamo di Yon Goicoechea, il 23enne universitario venezuelano che recentemente, solo per essere un feroce oppositore di Chávez, libero come l’aria, è stato insignitio dal Cato Institute di Washington [uno dei più reazionari think tank neocon] del Milton Friedman Liberty Prize, un premio da 500mila dollari intestato, guarda caso, al fondatore della famigerata scuola di Chicago che per alcuni decenni ha condannato a una miseria irreversibile mezzo mondo? • “[Lula] Si è invece infuriato quando la Colombia ha permesso agli Stati Uniti di utilizzare una parte dello spazio aereo affinché monitorassero i trafficanti di droga, ma non ha avuto nulla da dire sui miliardi di dollari spesi dal Venezuela in armamenti russi.” Della cosiddetta lotta alla droga degli Stati Uniti, che serve come scusa per impiantare basi militari nel continente e non ha mai prodotto risultati apprezzabili, abbiamo già detto. Vorremmo solo aggiungere che la stizza di Naím è dovuta forse al fatto che il Venezuela ha fatto provviste di armamenti in Cina e in Russia e non ha arricchito, invece, l’industria della guerra degli Usa, come da sempre fanno Cile, Colombia, Perù e lo stesso Messico. Capiamo che chi paga lo stipendio ha sempre ragione, ma via, Moisés, agli Stati Uniti ultimamente non sono mancati sostanziosi affari militari, montati dai vari Cheney, Bremer, Negroponte per società “umanitarie” come Halliburton o Blackwater... • “[Lula] Si è inoltre prodigato per far sì che l’Honduras venisse espulso dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), dopo un colpo di Stato che ha cacciato il presidente, ma è stato altrettanto solerte nell’appoggiare la riammissione di Cuba nell’Osa, un’organizzazione di democrazie.” Qui Moisés getta la maschera e fa capire che per lui, in fondo, è stata una bravata la decisione dell’allora Osa di espellere l’Honduras dopo il colpo di stato contro il presidente Zelaya, con il consueto corollario di torture, repressioni, sparizioni e omicidi. Noi, al contrario dei Reporters sans Frontiéres, che il buon Naím tiene sotto contratto al National Endowment for Democracy, non siamo usi sorvolare sul fatto che nel paese retroguardia , negli anni 80, della “guerra sporca” al Nicaragua dei sandinisti, negli ultimi mesi sono stati assassinati ben sette giornalisti. E questo senza che i media occidentali montassero un’adeguata campagna in difesa dei diritti umani. Moisés deve convincersi che Cuba, invece, è stata reintegrata nella nuova associazione degli stati americani, dopo 50 anni di esclusione imposta dai governi di Washington, perché ha una storia di resistenza e dignità che, pur fra tante contraddizioni, rappresenta da sempre un esempio di orgoglio per il continente. Sul fatto poi, che il sindacalista Lula, se fosse stato un giovane iraniano di adesso, sarebbe stato fucilato e avremmo perso un uomo di stato, sono d’accordo. Ma a Moisés Naím ricordo che la stessa sorte poteva toccare durante il Carcazo, da lui benedetto, a un giovane venezuelano. Senza contare che il Plan Cóndor dei democratici Stati Uniti di allora, di omicidi su commissione in Brasile come in Argentina come in Cile come in Guatemala ne fece eseguire tanti. Sempre in nome della democrazia e della libertà, certo. Per fortuna sono quelli come Lula, pur nei loro limiti, a riscattare e a resuscitare un continente, non certi manager del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale. Purtroppo di questi personaggi con tanto pelo sullo stomaco e un’assoluta mancanza di pudore è pieno il mondo della comunicazione moderna, che sa, come scelta principale, di dover sempre mentire o almeno confondere il pubblico. Perfino giornali attenti e rigorosi come il Manifesto possono inciampare nelle trappole che vengono piazzate da questi mistificatori di professione. Recentemente, per esempio, proprio il Manifesto ha commissionato a uno studio di grafica un inserto speciale sulla libertà di stampa nel mondo. Bene, tralasciando la descrizione, a volte sommaria, di varie situazioni che avrebbero meritato più precisione, ci ha lasciato perplessi che, malgrado la realtà dell’America latina che abbiamo appena descritto [15 giornalisti assassinati in Messico, 7 in Honduras, 4 in Colombia solo negli ultimi 12 mesi] gli unici due paesi del Cono sur indicati col colore arancione dei repressori erano Cuba e Venezuela. Se questo non significa smarrirsi nelle campagne decise dal Dipartimento di stato, non so proprio quale altro esempio esista. Perché bisognerà ricordarsi che anche gli Stati Uniti, colorati con il verde scuro dell’indiscutibilità, continuano ad angheriare centinaia di esseri umani a Bagram come a Guantánamo, nonostante le buone intenzioni di cambiar registro espresse da Obama, senza che i media internazionali possano o abbiano la libertà di rendere pubbliche queste prepotenze. La realtà più ridicola è che, anche in Italia, forse per esorcizzare i diktat di Berlusconi e i continui attacchi alla libertà di stampa che offendono la nostra vita di vecchi giornalisti, si citano per rafforzare la nostra protesta, i dati di Freedom House, che ci mette ormai da anni intorno al 70esimo posto, definendoci un “paese semilibero”. Saremmo forse meno contenti se sapessimo chi fa funzionare quest’agenzia che dà le pagelle dei buoni e dei cattivi, chi paga, insomma, perché Freedom House possa mettere in piedi le sue classifiche. I soldi vengono dallo stesso governo di Washington, che finanzia quest’organismo per il 66% delle sue entrate tramite il Dipartimento di stato, e anche attraverso l’ Usaid [US agency for international development] e il ben noto Ned, che sovvenziona anche i Reporters sans frontiéres. Insomma il governo degli Stati uniti con Freedom House si è creato un megafono in più per sostentere le sue strategie, spesso inquietanti. E la nostra informazione babbea, conscia o no di questa situazione, fa volentieri da eco a questa propaganda perché la pagella insufficiente assegnata all’Italia la ripaga della sua pavidità o, in certi casi, della mancanza di cultura politica anche di personalità autorevoli come Marco Travaglio e Beppe Grillo. Non è per caso che, oltre alla solita Cuba, dove non sono mai accaduti i misfatti consumati nel resto dell’America latina e negli Stati Uniti, Freedom House punti il dito contro il Venezuela, dove il 90% dei mezzi di informazione è in mano agli avversari del Presidente Chávez e dove la nuova corretta legge sui media ha solo regolato la situazione di canali radiotelevisivi ai quali era scaduta da anni la concessione o che avevano violato leggi fiscali o che addirittura, durante il tentativo di colpo di stato del 2002, avevano platealmente incitato la gente “ad andare a uccidere il Presidente” . Gli Stati Uniti delle torture di Abu-Ghraib, Bagram e Guantánamo, dei sequestri della Cia, dei sospetti terroristi [alcuni, come Omar Khadar, addirittura minorenni] usati come cavie per testare, come denunciato da Physicians for human rights, la resistenza a stress e dolore, sono collocati da Freedom House al 24° posto della sua disinvolta classifica, nella quale il Venezuela è al 160° posto e Cuba 190°, mentre l’Iraq è 148° e la Palestina che tenta ogni giorno di far conoscere a media poco interessati la sua condizione disperata è 184°, dopo Cina e Iran [entrambi al 180° posto]. Citare come credibili dati così evidentemente piegati agli interessi politici dei paesi potenti, accettare senza commento che l’Honduras dei 7 giornalisti assassinati sia 108°, il Messico dei 41 giornalisti uccisi nei 43 mesi di presidenza Calderón sia 115° e la Colombia della mattanza continua di giornalisti e sindacalisti sia 125a, cioè 35 posti avanti al Venezuela e 65 posti avanti a Cuba, non è solo grottesco, è criminale. Ma il giornalismo italiano ormai sembra non poter vivere senza queste incongruenze, questa doppia morale. Perfino il professor Panebianco recentemente su Sette, il magazine del Corriere della sera, tentando di giustificare perché Obama non fosse riuscito ancora a sbaraccare Guantánamo, giurava che era diritto degli Stati Uniti difendersi dalle aggressioni eversive anche con metodi estremi. Avrei voluto chiedere al fine corsivista del più venduto giornale italiano secondo quale norma internazionale il governo di Washington avrebbe il diritto di fare quello che è proibito a Cuba, da 50 anni assediata, senza motivo, proprio dagli Usa Un numero di Latinoamerica come questo 110/111, che spiega nei minimi termini il tentativo ancora una volta fallito proprio dagli Stati Uniti di mettere Cuba con le spalle al muro, racconta inevitabilmente tutte le strategie che stanno dietro questo tentativo, tenuto in piedi per oltre quattro mesi con una martellante campagna mediatica dove, per esempio, un giornalista Rai come Aldo Forbice è arrivato perfino al punto di aderire al progetto facendo leggere degli slogan contro Cuba a protagonisti della nostra comunicazione. Tutto bene, anche perché la sua campagna è miseramente fallita. Ma forse la Rai, anche in quest’epoca buia, avrebbe il diritto di essere considerata un servizio pubblico e non Hyde Park corner, l’angolo da dove a Londra parlano tutti quelli che nessuno vuole ascoltare. Buona lettura Editoriale di Gianni Minà per il numero 110/111 della Rivista LATINOAMERICA, su gentile concessione dell'autore.